Il club dei parenticidi e Delitti esemplari, fra Bierce e Aub

Cari lettori,
vi saluto in questo modo macabro per rendervi partecipi di queste letture che, al contrario di quanto i titoli suggeriscano, mi hanno sorprendentemente fatto tirare diversi sospiri di sollievo, mi hanno divertita, un tipo di divertimento liberatorio, consolatorio, sognante. Strano a dirsi, ma leggere di persone che uccidono i propri famigliari (e non solo) può anche sortire questo effetto. Ma, prima che voi pensiate sia il caso di farmi ricoverare, credo sia meglio spiegare un po’ di cosette, sperando di stuzzicare il vostro interesse e farvi comprendere i benefici psico-fisici che queste letture comportano.

Ambrose Gwinnett Bierce, citato nel libro che ho letto come “Bitter Bierce”, l’amaro, il lessicografo del Diavolo, il cinico dei cinici, ma anche lo scrittore impareggiabile della Guerra Civile americana, era un autore per me sconosciuto. Grazie a questa presentazione accattivante e a questo articolo del blog Delirium Corner (che tratta anche della sua produzione sulla Guerra Civile), mi sono incuriosita e ho preso quasi di getto il volumetto Il club dei parenticidi (Mattioli 1885), caratterizzato in realtà da due parti di cui la prima è quella che dà il nome al libro, mentre la seconda è intitolata Impiccagione indiretta e altre storie di fantasmi.

Abierce
Ambrose G. Bierce (1842-1914)

Dei quattro racconti che compongono la parte parenticida, il mio omicidio preferito si intitola, giustappunto, Il mio omicidio preferito. Un tale, avendo ucciso crudelmente sua madre, per sfangarsela durante il processo e dimostrare il motivo ridicolo per cui era stato accusato in quanto i crimini sono efferati o meno solo se messi a confronto tra di loro, rilascia la dichiarazione che gli permetterà di abbandonare il tribunale con la reputazione intonsa. E così inizia il racconto, tremendamente preciso nelle sue descrizioni, dell’uomo che appese suo zio al ramo di un albero, lasciandolo a penzoloni a prendersi le cornate di una meteora ovina. Prima di continuare con il mio commento, vi lascio qui uno stralcio di racconto per diversi motivi: è impossibile spiegare l’ingegno letterario di Bierce e il suo stile di scrittura senza leggere direttamente le parole dell’autore, uno stile colloquiale (leggendo i racconti per intero sembra di assistere ad un ritrovo fra amici impegnati a narrarsi facezie) ed elegante insieme.

Lo zio William aveva un montone che era famoso in tutta la zona come combattente. Era in uno stato di cronica indignazione costituzionale, sapete. Qualche profonda delusione nella giovinezza aveva esacerbato la sua inclinazione naturale con il risultato che aveva dichiarato guerra al mondo intero. Vale a dire che prendeva a cornate qualsiasi cosa che fosse non solo accessibile ma anche vagamente utile a esprimere la natura e lo scopo della sua attività bellica: il suo antagonista era l’universo; i suoi metodi quelli d’un proiettile. Si batteva come angeli o diavoli, a mezz’aria, fendendo l’atmosfera come un uccello, descrivendo una curva parabolica e piombando sulla sua vittima proprio con l’esatto angolo di incidenza per sfruttare al meglio la sua velocità e il peso. La sua accelerazione, calcolata in rapporto al peso, aveva dell’incredibile. Era stato visto abbattere un toro di quattro anni con un singolo violento cozzo sferrato contro la fronte potente di quel bestione. Non si conosceva alcun muro di solida pietra che avesse resistito a una violenta carica del montone; non esistevano alberi solidi abbastanza da resistergli; era in grado di farli in mille pezzi e di ridurli in polvere. Questa bestia così irascibile e implacabile – questo fulmine di tuono incarnato – questo mostro degli inferi, l’avevo visto riposarsi all’ombra di un albero accanto, facendo sogni di conquista e di gloria. Fu proprio con l’intenzione d’invitare il montone a farsi avanti nel campo dell’onore che avevo sospeso il suo padrone nella maniera che ho appena descritto.

E ciò che viene dopo, come è possibile immaginare, è ancora meglio!

Il racconto dei fatti dal punto di vista dei criminali fanno capire quanto le motivazioni alla base dei loro reati siano, in un certo senso, perfettamente ragionevoli, così come accade nei Delitti esemplari di Max Aub: date le circostanze, uccidere il proprio famigliare è l’unica cosa da fare. Ecco un esemplare delitto:

Russava. Se chi russa è un parente, pazienza. Ma quello là non sapevo neppure che faccia avesse. Il suo ronfare attraversava le pareti. Andai a protestare dall’amministratore del condominio. Si fece una risata. Andai a trovare l’autore di tali incredibili rumori. Quasi mi cacciò.
– Non è colpa mia. Io non russo. E anche se russo, cosa vuole che faccia? Ne ho il diritto. Si compri un po’ di ovatta…
Ormai non potevo più dormire: se russava, per il rumore; se non russava, nell’attesa del rumore. Se picchiavo sul muro, smetteva per qualche momento… ma subito ricominciava. Voi non avete idea di cosa sia fare la sentinella ad un rumore. Una cataratta. Un tremendo vortice d’aria, una belva in gabbia, un rantolo di cento moribondi, mi raschiavano le budella ingorgandomi le orecchie; e non potevo dormire mai, mai. Non potevo nemmeno cambiare casa: dove avrei potuto trovare un affitto così basso? La fucilata gliela tirai con la carabina di mio nipote.

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Max Aub (1903-1972)

Se nei delitti di Aub si colgono le insofferenze che proviamo tutti (vi sfido a leggere i suoi delitti e non riconoscervi almeno una volta in quella irritazione viscerale verso certe cose che fanno le persone) sfogate sotto la forma di un raptus incontrollabile, i parenticidi di Bierce mantengono una certa razionalità provocatoria.

In questi omicidi, dietro alla leggerezza e rapidità narrativa, tutto si sposta in una dimensione surreale, eppure, per certi versi non meno vera e realistica. L’ottica morale è ribaltata, il lettore non si ferma a pensare “tutto questo è sbagliato!”, ma assiste con piacere al crimine più macabro, dilettato a tal punto che, cito Guido Almansi, sembra anche a lui di star fantasticando, come un monello, su una avventura meravigliosa dove si infrangono tutti i tabù.

La seconda parte del volume di Bierce è, come detto all’inizio, dedicata a storie di fantasmi. Tutti questi raccontini, veramente di pochissime pagine ciascuno, ruotano attorno a delle costanti: case infestate, personaggi al limite fra il mondo reale e soprannaturale che cercano di ricongiungersi con i propri cari, gli spettri tornano indietro, nel mondo reale, senza trovare ciò che avevano lasciato… Anche se ci si abitua in fretta, soprattutto perché letti in sequenza, al registro dell’autore e a certi passaggi, la lettura risulta coinvolgente e capace di trasmettere quel senso di ansia e malinconia che Bierce dimostra di conoscere bene.  

Consiglio di leggere entrambi questi due libri per la loro ironia, per gli aspetti grotteschi e surreali, perché sono una bella fonte di intrattenimento diversa dal solito e perché, soprattutto, riescono a parlare anche di noi, di quella vena istintiva, oscura, inafferrabile che tutti noi possediamo. Ci sono alcune persone che pensano bene di tenerla nascosta, di reprimerla sotto strati di logica e buon senso, mentre in altre trova libera espressione senza chiamare in causa le varie responsabilità, come nel caso di queste vere e proprie atrocità artistiche.

L’introduzione a Il club dei parenticidi è oltretutto molto utile a comprendere il ruolo importante di Ambrose Bierce – autore purtroppo poco tradotto in italiano (almeno di recente) – nel panorama horror fra Poe e Lovecraft e come anticipatore del grottesco come genere letterario. Inoltre, mi ha fatto conoscere il parallelismo fra il club e i Delitti esemplari di Aub.

E voi avete letto qualcosa di questi autori? Cosa ne pensate? Come sempre, ci vediamo nei commenti, se vi va.

Alla prossima!

Gurghi

6 risposte a "Il club dei parenticidi e Delitti esemplari, fra Bierce e Aub"

Add yours

  1. Non ho letto niente di questi autori. Credo che comunque sia abbastanza naturale provare un senso liberatorio. E’ come se indagare dietro la ragionevolezza dei crimini abbia un qualche scopo catartico, me ne rendo conto anche io. Quindi nessuno ti farà internare. ahah

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  2. Che bell’articolo, non conoscevo l’autore. In effetti colpisce, allo stesso tempo incuriosisce, questo stile un po’ leggero e grottesco, che dà quasi per naturale e scontata l’azione delittuosa. Il pezzo sul tipo che russava è poi magnifico, non può fare a meno di strappare un sorriso…

    Piace a 1 persona

    1. Fra i “Delitti esemplari” ce ne sono altri anche più belli, solo che non li ho inseriti perché un po’ lunghi per il blog, ma in ogni caso non superano mai le due facciate (poi della Sellerio che ha le pagine piccoline di per sé). Infatti, è proprio come dici tu, entrambi gli autori sono così bravi a mettere il lettore in quest’ottica, farlo sentire quasi un “complice” del criminale, in un modo in apparenza così semplice da essere straordinario!
      Grazie per il commento. Ciao!

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